Quando si dice che un viaggio sia davvero una scoperta. Questa volta Le Vie del Rum non ci hanno fatto rapire dal fascino caraibico di isole d’oltreoceano, ma ci hanno fatto letteralmente travolgere dalla nostra Sicilia. Teletrasportati nella storia d’Italia e della cannamela incontriamo persone che con la loro passione e il loro coraggio hanno dato nuovamente vita a una tradizione che per secoli è stata la linfa vitale di quest’isola.
Quando si parla di Rum, alzi la mano chi non inizia a pensare alle isole caraibiche, a storie di corsari e pirati, di galeoni che solcano i mari alla conquista di nuove terre con le stive riempite di barili. La scoperta del Nuovo Mondo porta con sé risvolti storici, miti e leggende affascinanti che si intersecano alle tratte atlantiche tra le Americhe e il Vecchio continente, specchio di un’epoca storica che senza dubbio ha lasciato un segno indelebile, spesso negativo, per il genere umano a causa dello schiavismo dall’Oriente arabo all’occidente Europeo. Storie arrivate fino a noi in cui il rum diviene un simbolo fortemente e inevitabilmente legato a quei territori. Se poi nominiamo il Rum ai non esperti del settore, è normale che il cervello possa essere rapito dal fantasma della mixology degli anni 90 in cui nei locali notturni venivano somministrati molti intrugli improponibili che hanno alimentato quelle credenze popolari che lo vedevano uno spirito altamente alcolico e di bassa qualità, di conseguenza poco considerato dalla massa. Fortunatamente, con la rinascita della miscelazione e al tempo stesso una maggiore disponibilità di informazioni e una crescente valorizzazione della qualità in ambito culinario, negli ultimi vent’anni il trend è cambiato e statutt’ora evolvendo a ritmi rapidissimi, nonostante non sia semplice scalfire lo zoccolo duro creato in quegli anni di bombardamenti alcolici. Da tutto questo vien da sé che nel nostro paese si possa essere poco abituati a pensare al rum come a un prodotto nazionale. Abbiamo visto però negli ultimi anni come il vento stia cambiando, grazie ad alcuni progetti che hanno riportato alla luce la produzione di rum da puro succo, a partire dalla coltivazione della canna da zucchero direttamente in Italia. Una rinascita, perché “ci siamo dimenticati” di una tradizione antica che iniziò con l’introduzione della canna da zucchero in Sicilia da parte dei popoli arabi intorno all’800 , e già coltivata durante il regno di Federico II di Svevia. Ad oggi i più antichi documenti che attestano la coltivazione della canna da zucchero in Sicilia sono una serie di atti che riguardano la zona di Marsala a partire dal 1294. Grazie anche all’evoluzione culinaria che attraversa il Vecchio Continente dopo il 1200, l’espansione vera e propria della produzione dello zucchero nell’isola avviene già verso il 1350 quando si assiste a un importante incremento dei trappeti e dei cannameliti (gli opifici) soprattutto nei territori attorno alla città di Palermo. Tra il 1300 e il 1600 la Sicilia diventa quindi il principale produttore di zucchero nel Mediterraneo e in Europa grazie all’aumento delle zone di coltivazione e lavorazione diretta della canna: una volta spremuto, il succo veniva lavorato e raffinato per ottenere lo zucchero, immesso poi sul mercato di esportazione come prodotto finito. Durante il 1600, nonostante il declino della produzione dello zucchero in Europa causato da fattori climatici che ridussero la disponibilità di risorse idriche e dall’arrivo in quantità del più economico zucchero caraibico, la tradizione sull’isola viene mantenuta dai Marchesi Pignatelli Aragona Cortes che continuano a coltivare la canna da zucchero nei loro possedimenti a est dell’isola fino alla prima metà del 1800. Ed oggi è stato proprio solcando la costa orientale dell’isola che i nostri pirati hanno scovato piantagioni di canna da zucchero e distillerie, questa volta grazie al coraggio e alla passione di chi ha dato nuova vita a una tradizione che era stata per secoli parte essenziale della storia siciliana.
Ron Currau e la canna viola di Avola
Anche se siamo a metà aprile, è un caldo bello secco quello che ci accompagna da Catania verso Avola, ma in poco tempo ci ritroviamo già nel centro storico della città famosa per la sua mandorla e per il suo vino – ma ora anche per il suo Rum! – e non ci sentiamo colpevoli se qualcuno cede alla voglia di un cannulicchiu gigante perché in Sicilia è un’altra cosa, provare per credere. Con una bella scorta di energie ci dirigiamo verso il sito dove sorgeva Avola antica per incontrare Corrado Bellia, per gli amici Ron Currau, già direttore del Consorzio della Mandorla di Avola e co-fondatore nel 2021 del Consorzio della Canna da zucchero Siciliana assieme alla distilleria Giovi di Valdina e alla Distilleria Alma di Modica. È proprio in questa piccola valle che si affaccia sul Mediterraneo, sezionata dai tanti muretti a secco costruiti dagli agricoltori di altre epoche, che tra le piante di carruba e i mandorli scorgiamo uno dei tre trappeti da cui nasce Avola Rum, primo rum italiano da puro succo fresco di canna da zucchero.
Corrado ci apre gli occhi sulla storia di Avola e della cannamedda siciliana mentre non ci eravamo resi conto che durante il tragitto da Catania abbiamo superato il confine invisibile dove si incontrano la placca tettonica europea e quella africana, un dettaglio che ha segnato in modo indelebile la storia di Avola con il terremoto del 1693. I trappeti di cannamela e la produzione dello zucchero furono la struttura base dell’economia anche dei feudi dello stato d’Avola, dove la coltivazione della canna da zucchero venne avviata dalla prima metà del 400 dagli Aragona. Dal 1600 in poi, nonostante il declino delle produzioni di zucchero, ad Avola la coltivazione della cannamela proseguì nelle proprietà dei Marchesi Pignatelli d’Aragona Cortes, imparentati con i re di Spagna, dove il succo della canna non solo veniva trasformato in zucchero, ma anche in «rum di ottima qualità, che vendesi a caro prezzo», sorreggendo nel vero senso della parola l’economia e la sorte della città. Ci sono diverse testimonianze sulla coltivazione della canna e sulla distillazione del rum ad Avola, sia prima che dopo il terremoto del 1693, che distrusse l’antica città e costrinse gli abitanti a ricostruirla a valle, dove si trovava il trappeto di cannamele, che divenne una fonte importante di sostentamento per la popolazione in quel momento tragico. Se da una parte lo zucchero non era più competitivo sul mercato, la produzione del distillato è proseguita per oltre 200 anni, fino a fine Ottocento. Grazie alle sue ricerche storiche ma anche all’egregio lavoro della figlia Giuseppina che ha approfondito la lavorazione della canna da zucchero in Sicilia nel quindicesimo e sedicesimo secolo, Corrado riscopre nel dettaglio le tecniche di coltivazione e lavorazione della materia prima adottate all’epoca ad Avola, in particolare quelle descritte nel 1878 dal botanico Giuseppe Bianca. Da queste preziose informazioni nel 2020 decide di piantare 3 canne viola per capire se il terroir potesse supportare quella che lui stesso definisce una “pazzia storica”. Situata sulla placca africana, l’area di Avola antica è infatti una zona molto ricca d’acqua nel sottosuolo, dove il clima di estati calde e inverni miti ha favorito storicamente la regolare crescita della pianta e una migliore qualità del suo succo.
La varietà coltivata da Corrado è la canna viola il cui ceppo proviene probabilmente dalle Isole Mascarene e che in questo caso impiega anche 1-2 anni per la completa maturazione, a seconda delle annate. La raccolta, fatta a mano tra dicembre ed aprile in base al grado zuccherino raggiunto, avviene recidendo le canne alla base dove peraltro si concentra la maggior quantità di componente zuccherina. Una volta ripulita da foglie e apici la canna viene subito spremuta e il succo viene fatto poi fermentare dai 4 ai 10 giorni senza essere diluito. La successiva distillazione a bagnomaria in alambicchi di rame viene affidata alla Distilleria Giovi, nota per l’esperienza nel campo. In uscita dall’alambicco si ottiene un distillato con un volume alcolico tra 75% abv e 85% abv il quale, dopo l’importante passaggio di esterificazione che dura alcuni mesi, viene diluito per essere imbottigliato a 52% abv e ottenere Avola Rum, con lotti di produzione ridotti a testimonianza di una lavorazione a tutti gli effetti artigianale. Corrado si defila un attimo per recuperare delle canne da zucchero direttamente dal trappeto e dopo averle sezionate lo aiutiamo a spremerle con una spremitrice manuale che tiene all’occorrenza in loco.
Quindi assaggiamo il succo dolcissimo appena spremuto della canna viola siciliana, un’esplosione
eccezionale di “pasticceria verde” che te la ricordi, ma non ce ne andiamo da Avola prima di aver degustato le diverse release di Avola Rum, divertendoci a comprendere le differenze tra le varie
annate, imbottigliamenti in cui c’è tutta l’anima e la passione di Ron Currau. Lo ringraziamo per la sua ospitalità e l’impegno in questo meraviglioso progetto, senza dimenticare che con la sua passione Corrado è stato colui che ha riportato la canna da zucchero in Sicilia per dare vita al primo rum italiano da puro succo dell’era moderna, e scusate se è poco. Vorremmo conoscere ancora di più su Avola e il suo Rum, ma il tempo stringe e il giorno successivo ci attende un’altra avventura, nella seconda parte andremo alla scoperta della Distilleria Alma a Modica.





